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lunedì, 31 Gennaio 2022 / Pubblicato il Comunicato Stampa, In Primo Piano, News in Home

In Italia si stima che siano più di 70.000 le persone con stomia, oltre 5 milioni quelle con problemi di incontinenza urinaria e quasi 2  milioni con incontinenza fecale.  E nonostante alcuni aspetti dell’assistenza siano regolamentati in base ad un Accordo Stato-Regioni del 2018, questo risulta ancora inapplicato in quasi tutte le Regioni.

Pur rappresentando circa il 12% della popolazione italiana, ancora non esistono specifici registri nazionali.

La pandemia ha fortemente penalizzato la loro assistenza: hanno rinunciato ai controlli periodici 4 persone su 10 al centro-sud (41,3%) e oltre una  su quattro a nord (28%) a cui si aggiunge chi ha rinunciato solo qualche volta, con un valore uniforme sul territorio nazionale di circa  una persona su 4.  Al nord si registra la percentuale maggiore di chi non ha rinunciato ai controlli periodici (46,7% rispetto al 33% del centro-sud).

Per vivere al meglio la propria condizione di vita devono utilizzare alcuni dispositivi medici (cateteri, pannoloni, sacche, etc.)  che assorbono una spesa per il SSN pari a 798.339.222 euro, cioè neanche l’1% di tutte le risorse destinate alla sanità pubblica, e, nonostante  ciò, alcuni di loro sono costretti ad acquistare spesso o sempre, anche per necessità di personalizzazione, i presidi di cui hanno bisogno: 29,5% al  centro-sud e 23,4% al Nord con un lieve peggioramento dovuto alla pandemia covid-19 al Nord.  Questo si traduce in costi privati (out-of-pocket): il 40% circa spende fino a 300 euro l’anno (44,4% al nord, 40,6% al centro-sud);  poco meno del 20% spende tra i 301 e i 600 euro l’anno (21,3% al centro-sud e 16,3% al nord);  una percentuale di circa il 5% spende tra i 601 e oltre 1000 euro l’anno.

Sono ben informati dai professionisti sanitari sulle condizioni di salute e su come gestire la propria condizione, migliorabile l’informazione su servizi offerti dalle Asl e  modalità di accesso.

Quando le forniture non rispondono alle proprie necessità per tempi, qualità o quantità (anche degli accessori) hanno un impatto negativo sui rapporti  sociali (61,8% Centro-Sud rispetto al 56,1% Nord);  sullo stato psicologico (67,7% al nord e 65% al centro-sud);  possono influenzare negativamente la relazione di coppia, così come oltre una persona su due (58% al nord e 56,7% al centro sud) vede un impatto  forte sull’equilibrio familiare e compromissioni nella sfera lavorativa (58,7% al nord, 60% al centro sud).

Ad analizzare la loro condizione e proporre le priorità di intervento è l’indagine “Conoscere i Reali Bisogni di Incontinenti-Cateterizzati-Stomizzati” frutto della  collaborazione tra Salutequità e FAIS, la Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati – OdV, con il supporto metodologico di Zeta Research Srl e l’Unità di  Biostatistica, Epidemiologia e Sanità Pubblica (UBEP) dell’Università degli Studi di Padova alla quale hanno risposto 436 persone incontinenti, stomizzate, cateterizzate.

I risultati sono illustrati nel “Report sul rispetto dei diritti delle persone incontinenti e stomizzate, compreso l’accesso ai servizi di Salutequità, realizzato con il contributo non condizionato di Coloplast.

 

L’informazione

Anche se l’informazione offerta dai professionisti sanitari è di buon livello a nord, con oltre il 70% di persone che gli attribuisce un punteggio compreso tra 4  e 5 e c’è la maggiore attenzione sull’informazione sui diritti della persona incontinente e stomizzata (36,8%), al centro-sud oltre una persona su 3  ha ricevuto informazioni insufficienti.  Alta anche la percentuale di chi riceve informazioni adeguate a gestire la propria condizione (oltre il 50% attribuisce un punteggio massimo),  anche se non mancano punteggi di insufficienza (circa uno su 10 complessivamente in ogni parte del Paese), ma oltre 1 persona su 5 (22,9% al nord e 23,5% al  centro sud) si ritiene scarsamente informato su questi aspetti.

 

L’accesso ai presidi

Sono soddisfatte della qualità di presidi forniti circa 6 persone su 10 (63,9% al nord; 58% centro sud);  tuttavia circa una persona su tre è solo parzialmente soddisfatta (31% nord e 37,6% al centro- sud);  circa il 5% non è proprio soddisfatto.

Al nord il 54,5% non ha mai rilevato problemi nelle forniture periodiche; circa una persona su 4 al centro sud (24,2%) invece li incontra spesso o sempre (rispetto al 14,3% al Nord).

Le principali difficoltà nelle forniture riguardano i tempi e quindi i ritardi nell’attivazione della fornitura periodica (40% nord e 34,7% centro-sud); la mancanza  di accessori (più frequente nel centro sud – 45,9%- rispetto al nord -40%); la quantità eccessiva di presidi – quale difficoltà registrata – è più alta al  nord (11,4%).  La mancanza di accessori (es. pasta, salviette, remover) per le persone stomizzate vuol dire parziale rispetto dei livelli essenziali di assistenza; per le persone cateterizzate e con pannolone, invece, gli accessori (es.  protettori della cute) non sono ancora previsti ed erogati dal SSN.

La libertà di scelta del presidio/ausilio da parte delle persone incontinenti, cateterizzate, stomizzate è parzialmente soddisfatta o non presente per 4 persone su  10 al Nord (41,3% di cui il 32,2% parzialmente soddisfatto) e oltre 1 su 2 al sud (54,4%, di cui il 43,7% parzialmente soddisfatto).

 

“Quando la personalizzazione non viene garantita o si riduce la possibilità di scegliere il dispositivo più adatto alla singola persona – spiega il Presidente  Fais Pier Raffaele Spenasi verifica un’alta incidenza di complicanze cutanee che può determinare, oltre al disagio fisico e psichico, anche la  necessità di utilizzo di medicazioni avanzate”.

“Questi trattamenti – aggiunge – hanno un costo elevato che è valutabile in un range compreso tra 5 e 25 euro per ogni medicazione giornaliera,  da ripetere per un periodo prolungato (da 6 a oltre 30 settimane).  I costi ovviamente sono notevolmente incrementati laddove si renda necessaria l’ospedalizzazione (oltre 500 euro al giorno).  Tutto ciò a fronte di una spesa giornaliera di dispositivi medici che, a seconda del tipo di prodotto, varia da 2 a 10  euro”.

 

“Dopo quasi due anni di pandemia, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale c’è un gran bisogno di rimettere al centro l’umanizzazione dell’assistenza, intesa da una parte come la necessità primaria di riprendere immediatamente a curare tutte le persone senza più alcuna interruzione, dall’altra come fondamentale impegno nel garantire  modalità di acquisto dei presidi rispettose del diritto alla personalizzazione dell’assistenza – ha dichiarato Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – capaci di assicurare inclusione sociale e il più alto livello di salute, da intendersi, come ci ricorda l’OMS, come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”

A QUESTO LINK IL 7° REPORTO SALUTEQUITA’ IN COLLABORAZIONE CON FAIS

lunedì, 31 Gennaio 2022 / Pubblicato il Report

In Italia si stima che siano più di 70.000 le persone con stomia, oltre 5 milioni quelle con problemi di incontinenza urinaria e quasi 2 milioni con incontinenza fecale. E nonostante alcuni aspetti dell’assistenza siano regolamentati in base ad un Accordo Stato-Regioni del 2018, questo risulta ancora inapplicato in quasi tutte le Regioni.

Pur rappresentando circa il 12% della popolazione italiana, ancora non esistono specifici registri nazionali.

I risultati sono illustrati nel “Report sul rispetto dei diritti delle persone incontinenti e stomizzate, compreso l’accesso ai servizi di Salutequità, realizzato con il contributo non condizionato di Coloplast.

“Dopo quasi due anni di pandemia, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale c’è un gran bisogno di rimettere al centro l’umanizzazione dell’assistenza, intesa da una parte come la necessità primaria di riprendere immediatamente a curare tutte le persone senza più alcuna interruzione, dall’altra come fondamentale impegno nel garantire modalità di acquisto dei presidi rispettose del diritto alla personalizzazione dell’assistenza – ha dichiarato Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – capaci di assicurare inclusione sociale e il più alto livello di salute, da intendersi, come ci ricorda l’OMS, come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”

“Quando la personalizzazione non viene garantita o si riduce la possibilità di scegliere il dispositivo più adatto alla singola persona – spiega il Presidente Fais Pier Raffaele Spena si verifica un’alta incidenza di complicanze cutanee che può determinare, oltre al disagio fisico e psichico, anche la necessità di utilizzo di medicazioni avanzate”.

“Questi trattamenti – aggiunge – hanno un costo elevato che è valutabile in un range compreso tra 5 e 25 euro per ogni medicazione giornaliera, da ripetere per un periodo prolungato (da 6 a oltre 30 settimane). I costi ovviamente sono notevolmente incrementati laddove si renda necessaria l’ospedalizzazione (oltre 500 euro al giorno). Tutto ciò a fronte di una spesa giornaliera di dispositivi medici che, a seconda del tipo di prodotto, varia da 2 a 10 euro”.

A QUESTO LINK IL 7° REPORT DI SALUTEQUITA’ E FAIS

lunedì, 17 Gennaio 2022 / Pubblicato il Analisi, Comunicato Stampa, In Primo Piano, News in Home

L’impennata di contagi nella pandemia legata alla variante Omicron, ha evidenziato in modo allarmante un problema già noto da anni, ma che le politiche di tagli portate avanti fino a poco tempo fa hanno del tutto ignorato: le strutture ci sono, manca il personale. Mancano i professionisti della Sanità, medici e infermieri in testa, ma anche tutti gli altri della filiera dell’assistenza.

Ce lo dicono anche a livello europeo e la Commissione Ue nel suo ultimo report sulla situazione italiana scrive che: “Se gli attuali criteri di accesso alla formazione specialistica dovessero rimanere invariati, con l’aumentare dell’età media dei medici italiani negli anni a venire si prevede una carenza significativa di personale, soprattutto in alcune discipline di specializzazione e in medicina generale. L’Italia impiega meno infermieri rispetto a quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e il loro numero (6,2 per 1 000 abitanti) è inferiore del 25 % alla media UE. Vista la diminuzione del numero di infermieri laureati dal 2014, le carenze di personale in questo settore sono destinate ad aggravarsi in futuro”.

L’allarme lanciato dai sindacati medici sul futuro degli organici nella professione è che a breve, tra pochi anni, mancheranno all’appello circa 25mila camici bianchi, soprattutto specialisti e medici di medicina generale che diminuiscono al ritmo di oltre 6mila l’anno per l’insufficiente ricambio (il turn over, bloccato dall’assenza di programmazione e contratti soprattutto nelle Regioni in piano di rientro e quindi devastando soprattutto gli organici del Sud del Paese con un consistente aumento di diseguaglianze) e l’assenza di standard che ne indichino la necessaria consistenza numerica.

Anche quello degli infermieri è molto pesante, con le stime della Federazione degli Ordini che parlano di carenze pari a 63mila unità, ma i calcoli ad esempio dell’Università Bocconi superano le 101mila e quelli di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, parlano di una carenza di non meno di 80mila professionisti. E questo soprattutto sul territorio dove il fabbisogno dei soli infermieri di famiglia e comunità, necessari non solo per Covid, ma anche per l’assistenza non Covid, è stato quantificato per rispondere alle esigenze del PNRR in almeno 20-30mila unità, mentre da decreto Rilancio del maggio 2020 che ne ha previsti e finanziati per legge 9.600, finora se ne sono “trovati” non più di 3mila.

L’aumento dei contagi poi, che non accenna a fermarsi, provoca un’ulteriore carenza nelle strutture di almeno il 20% di personale, costretto a fermarsi per le quarantene e sul territorio va anche molto peggio.

“Tutto questo ha e continuerà ad avere un peso anche sul blocco delle cure “programmabili” che stiamo vivendo in queste settimane e che ciclicamente ormai da due anni purtroppo si ripresenta, ostacolando il diritto all’accesso al SSN da parte dei pazienti NON Covid, a partire da quelli con malattie croniche e rare – ha dichiarato Tonino Aceti Presidente di Salutequità, Organizzazione per la valutazione della qualità delle politiche per la Salute – Su questo è urgente invertire la rotta e cambiare passo, ora”.

A pesare ulteriormente ci sono anche le criticità legate alle condizioni di lavoro attuali dei professionisti della sanità.

Tra gli operatori sanitari dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), il mancato rinnovo dei contratti durato dieci anni (di fatto quasi tre contratti “saltati” per contenere la spesa), ha portato nelle buste paga solo la ‘vacanza contrattuale’, l’indennità che spetta a chi lavora se un contratto non è rinnovato.

Anche con l’ultimo contratto 2016-2018 si è giunti – in dieci anni appunto – ad aumenti rispetto al 2009 (anno dell’ultimo contratto prima dello stop di dieci anni) che vanno da una media su 13 mensilità di 6.601 euro lordi (4.291 netti circa) per i medici a 2.364 circa lordi (1.536,5 netti) del personale del comparto con funzioni riabilitative (gli infermieri, i più numerosi, sono a quota 2.600 lordi e 1.690 netti, sempre su 13 mensilità).

Fin qui le somme calcolate in modo secco. Ma applicando gli indici di parità di potere di acquisto al valore del 2009 e sottraendo l’importo ottenuto da quello complessivo 2019 come indicato dal Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, si vede che in realtà la differenza 2019-2009 resta positiva per la dirigenza sanitaria e va in rosso per il comparto (il personale non dirigente) con un massimo di circa -2.850 euro per il personale del ruolo tecnico sanitario e un minimo, sempre in media, di -2.165 circa per il personale infermieristico.

Una riduzione non compensata dalle indennità previste dalle leggi di Bilancio, che, una volta che saranno erogate, valgono 1.249 euro lordi l’anno per gli infermieri e 843 euro lordi l’anno per le altre professioni sanitarie a cui si aggiungono gli assistenti sociali e gli operatori sociosanitari.

“Continuare a rafforzare “l’organico” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è fondamentale, come pure riconoscere con i fatti il giusto valore del personale del SSN, che in questi mesi ha dedicato la vita per curare e assistere ogni persona del nostro Paese – ha continuato Tonino Aceti. Servono condizioni lavorative e retribuzioni all’altezza del loro livello di responsabilità, professionalità e dell’importante livello di fiducia che la popolazione ripone nei loro confronti. Riconoscendo questo valore sarà possibile ricreare quel grip del SSN nei confronti dei professionisti sanitari, che sempre più spesso vengono sollecitati da proposte sempre più concorrenziali del settore privato, e quindi aumentare anche il livello di qualità dell’assistenza erogata ai pazienti”.

Attenzione però: fin qui abbiamo parlato di retribuzione media mensile a livello nazionale. Analizzando con gli stessi criteri la retribuzione media mensile a livello regionale, si vede che ai 2.294 euro della Provincia autonoma di Bolzano, si hanno come contraltare i 1.561 della Basilicata. Tuttavia, sulla cifra incide moltissimo anche la carenza di personale che lascia spazio alla corresponsione di straordinari, tanto che, ad esempio, in Campania (la Regione con la quota più alta di straordinari, ma anche tra quelle con le maggiori carenze di professionisti) si raggiunge quota 1.760 euro mensili e analogamente nel Lazio (seconda Regione con la quota più elevata di straordinari) di 1.736 euro mensili.

Sul piatto della bilancia a pesare non è solo la mancanza di rinnovi contrattuali, la parità di potere di acquisto e la differenza tra le Regioni, ma anche l’estrema diversità delle retribuzioni tra dirigenza e comparto.

“Giusta valorizzazione della competenza e della professionalità del personale dipendente del SSN, dirigente e non dirigente, maggiore equità retributiva tra realtà territoriali e professionisti, sblocco delle diverse indennità istituite e finanziate in questi anni ma ancora non erogate, come ad esempio quella degli infermieri, del personale sanitario non dirigente e quella del personale del Pronto Soccorso, sono alcune priorità che devono essere affrontate subito, a partire dai rinnovi contrattuali annunciati e che non dovranno essere semplici ‘tagliandi’, quanto invece servire ad aprire a una nuova stagione di rilancio della sanità pubblica per il personale e i cittadini che ne usufruiscono”, ha quindi concluso Aceti.

Sul Pronto Soccorso poi, l’allarme, oltre quello della valorizzazione (anche economica) delle competenze è più forte dal punto di vista degli organici. La desertificazione degli organici medici e infermieristici nel sistema dell’emergenza, pronto soccorso e 118, è un fenomeno allarmante: “I dati del Centro Sudi nazionale SIMEU, Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenzadice Maria Pia Ruggieri, past presidente SIMEU e componente del Direttivo Salutequitàevidenziano la carenza attuale di 4.000 medici e 10.000 infermieri rispetto alle necessità. I concorsi per medici di pronto soccorso e 118 sono andati deserti in tutte le Regioni. Il 50% delle Borse di Studio della Specialità di Medicina di Emergenza Urgenza non sono state assegnate nell’anno accademico 2021/22 per disinteresse dei neolaureati. Il 18% degli studenti nell’anno accademico 2020/21 ha abbandonato il corso di studi. Eppure – conclude – prima della pandemia si calcolavano ca 24.000.000 di ingressi al Pronto Soccorso l’anno (1/3 dell’intera popolazione italiana), ossia un’emergenza ogni 90 secondi, dati che negli ultimi due anni sono cresciuti in modo esponenziale rischiando, in queste condizioni, di non riuscire a garantire la tutela della salute ai cittadini”.

martedì, 11 Gennaio 2022 / Pubblicato il Analisi, In Primo Piano, News in Home, Rassegna Stampa

L’intervista di Marzio Bartoloni, Il Sole 24 ore, al nostro presidente sul tema delle cure che saltano per i pazienti non covid e il monitoraggio fatto da salutequità sulle misure adottate dalle Regioni.

 

Per milioni di italiani colpiti da altre patologie torna l’incubo delle cure che saltano. Con la pressione degli ospedali che avanza inesorabilmente a causa dei pazienti che tornano a riempire le corsie ­ le terapie intensive sono al 17% e gli altri reparti al 22% con Piemonte, Liguria e Calabria a un passo dalla zona arancione ­ – le Regioni tornano a chiudere l’altra Sanità per postare posti letto, medici e infermieri nei reparti Covid.

“Sembra che non sia cambiato nulla dal marzo 2020 quando ci fu la prima ondata e si decise di fermare tutti gli interventi non urgenti, eppure ora siamo nel 2022 e  non siamo stati in grado di organizzare un modello per consentire alle altre prestazioni di non fermarsi: in pratica i pazienti non Covid possono contare sul Ssn solo sei mesi l’anno, da maggio a ottobre, questo è grave perché a pagare sono soprattutto i malati cronici”, avverte Tonino Aceti presidente dell’associazione Salutequità che ha realizzato per il Sole 24 Ore un monitoraggio delle misure adottate attraverso una ricerca sul web.

“Servono percorsi garantiti e “puliti” per gli altri pazienti e più personale sanitario. Il paradosso – afferma  Aceti – ­ è che l’ultima manovra stanzia altri  500 milioni per recuperare le prestazioni saltate nei mesi scorsi e ora si rischia di ricominciare daccapo. Un vero spreco”.

 

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